Mammi e femministe

Nella mia neonata famiglia abbiamo fatto una scelta un po’ diversa dal solito. Sono io quella che esce di casa al mattino per andare a lavorare e torna nel pomeriggio con ancora mille pensieri in testa e il proposito di dimenticarmene in fretta per potermi concentrare su mia figlia. Già, mia figlia. Quella piccola persona che ride quando mi vede e scoppia in lacrime quando vado via, che si aggrappa disperatamente alla mia maglietta per frugarvi dentro e cercare quell’unica certezza che le rimane dopo una giornata lontana da me. Io sono una mamma lavoratrice. E nemmeno troppo malmessa, diciamocelo. Non sono di quelle che escono alle 8 e rientrano alle 19, ho un orario umano e l’ufficio vicino, e nonostante questo mi sento in colpa.

 
Il mio compagno è quello che gli anglosassoni definirebbero un stay at home dad. Lui sta con lei, la porta al parco, la fa addormentare, la fa mangiare, cucina e pulisce la casa. E alla sera è uno straccio e gli si legge la voglia di fuggire su Marte. Non mi dice nulla (di solito), ma io mi sento una merda anche per quello.
Quando ho iniziato a lavorare, tutti mi incoraggiavano. Mi dicevano che mi sarebbe piaciuto togliermi da casa, che alla lunga stare con mia figlia mi avrebbe soffocata, che fare ‘carriera’ mi avrebbe appagata. Sapete una cosa? Non è vero un cazzo. Tralasciamo un attimo la questione lavoro, e fingiamo che tutti noi facciamo un lavoro appagante, che ci piace e ci soddisfa, oltre a darci uno stipendio. Qual è il senso di anteporlo ad un figlio? Perché è di questo che si parla. Se si sceglie di lavorare 6-8 ore al giorno e trascorrerne 4-5 con il/la proprio/a pargolo/a, escluse le notti, vuol dire che chi ha la precedenza è il lavoro. A quel punto la domanda in realtà è, che senso ha fare un figlio? Non è una domanda polemica, so che ci sono migliaia di donne che riescono a conciliare le due cose, anche se dubito che alla fine una non ne patisca, a meno che fuggire dalla famiglia non sia proprio lo scopo (e va bene anche quello. Però forse era meglio pensarci prima). So anche che ce ne sono altrettante che non ce l’hanno fatta e hanno deciso di licenziarsi.
Una volta ho letto una frase di Marguerite Youcernar che mi ha colpito come un pugno all stomaco per la sua sincerità.

C’è un femminismo estremista che non amo. […] Il fatto di considerare che sia un progresso per la donna moderna mettersi nella stessa condizione dell’uomo moderno – il manager che fa affari, il finanziere, il politico – senza vedere il lato assurdo e anche inutile di queste attività.

 
È vero? I nostri sforzi e le nostre battaglie degli ultimi cinquant’anni sono state finalizzate a scimmiottare i maschi? A volte sembra proprio così. Mi è capitato talvolta di assistere ad un femminismo indottrinato che mette da parte la volontà della donna a scapito di quello che dovrebbe essere politically correct. Se non lavori, se allatti, se pratichi un maternage ad alto contatto, se non fai piangere tua figlia, se non muori dalla voglia di lasciarla al nido o alla baby-sitter, allora sei schiava della maternità e della famiglia*.
Chissà come mai allora io mi sento schiava di una società che mi impone di lavorare perché se mi fermassi per un paio d’anni, non sarei più una candidata appetibile.

 
* è vero anche il contrario, senza dubbio – che molte supermamme sono pronte a criticare chi non si immola ai pargoli. Personalmente però sono sempre stata criticata per essermi occupata ‘troppo’ di mia figlia.

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