Oh yes, it’s the land of Oz

Sono ancora molto scossa ed incazzata per la missed opportunity targata Australia, che mi sta velenosamente rovinando le giornate. Qualcosa va storto sul lavoro e penso: ecco, avrei dovuto mollare tutto. Mia madre rompe le palle e penso: ecco, avrei potuto mettere migliaia di km tra me e la mia famiglia. Rovescio il caffè e penso: ecco, andando da Pablo&Rusty non sarebbe successo. Insomma, ci siamo capiti. Ma forse non è chiaro cosa significhi davvero questa occasione sfumata.

 
Nonostante questo blog parli soprattutto di viaggi e sia stato aperto qualche tempo fa, per molti mesi ho volutamente tralasciato quello che per me è stato il viaggio più importante e significativo di tutti: le mie esperienze in Australia, datate 2010 e 2012.
Il motivo per cui non ne ho mai parlato è semplice: ripensarci mi fa male, i ricordi bruciano di quella nostalgia straziante che ti prende quando ripensi ad un posto in cui ti sentivi a casa. Non mi sentita così in nessun altro luogo. Non ho mai versato quelle lacrime per un’altra fine di un viaggio.

 
In Australia si trova una parte della mia famiglia. Anche se non siamo parenti di primo grado siamo sempre stati molto legati e mi ricordo ancora di quando, da bambina, la sorella di mia nonna con i suoi figli e nipoti, veniva a farci visita o ci mandava gli auguri di Natale, una foto un po’ sbiadita di ragazzi in costume con i cappelli da Babbo Natale, mentre noi stavamo con i maglioni di lana e io pensavo, guarda questi che culo.

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Andare in Australia per me è sempre stato un obiettivo, mi affascinavano le storie su quei luoghi, quegli animali così grandi e pericolosi e mi intrigava l’idea che fosse così lontana e vicina allo stesso tempo – per via dei miei legami familiari. Così 5 anni fa partii con due amici per un viaggio di tre settimane. Una vacanza, nella quale vedemmo alcune città, il deserto rosso, la barriera corallina e passammo un po’ di tempo con i miei cugini. Rimasi ipnotizzata, ma tutto mi sembrava troppo poco, troppo veloce, troppo turistico. E il mal d’Australia mi assalì, così pensai: ne voglio di più. Ci devo ritornare. Due anni dopo, feci il visto temporaneo di un anno e ripartii con il mio fidanzato e attuale compagno, questa volta per 6 mesi, con l’idea di lavorare e imparare l’inglese a livello accademico. Con il senno di poi, non avrei dovuto farlo. Forse non ci saremmo innamorati e forse non saremmo qui a pensare a come fare per ritornarci.

 
Questa volta andò diversamente.

 
Abbiamo visto l’Australia. Non solo Sydney – città meravigliosa dove abbiamo vissuto per tre mesi –o Melbourne, o Brisbane, o Ayers Rock. Ma cittadine assonnate dell’entroterra come Wagga Wagga, paradisi hippy come Nimbin e Byron Bay (se dovessi scegliere un luogo dove trascorrere il resto dei miei giorni sarebbe questo), gioielli della natura come il Kings Canyon. Abbiamo fatto chilometri in autobus, senza fretta, abbiamo dormito in una palude su delle brande militari, lavorato nelle campagne in cambio di cibo e un letto, per soggetti dalla sanità mentale alquanto discutibile. Abbiamo conosciuto amici con cui ancora siamo in contatto e altri di cui ci siamo dimenticati il nome perché credetemi, l’aria di Nimbin ogni tanto fa degli strani effetti.

 
In Australia sono diventata da vegetariana, vegan. Ho visto e udito in prima persona il legame straziante di una madre con il proprio cucciolo, quando siamo stati costretti a soccorrere un capretto nato debole e tenerlo in casa. Ho guardato gli occhi della madre assottigliarsi, l’ho sentita piangere per la separazione. L’ho vista morire di crepacuore nel luogo in cui aveva partorito quando il piccolo non è sopravvissuto e ho giurato che non avrei più consumato latte. Ma questa è una storia diversa, che merita più di qualche riga.

 
È strano. Spesso quando viaggio, dopo mi rimangono dei flash, non sono nemmeno veri e propri ricordi. Non mi ricordo esattamente come era fatto tal quartiere o i colori dell’autobus cittadino. Dell’Australia mi ricordo ogni dettaglio, soprattutto gli odori e i colori, come il profumo dell’eucalipto o il colore della tessera del tram di Melbourne. Mi tornano continuamente in mente sensazioni, scene di vita vissuta.

 
Quando a Sydney uscivamo in bici per andare a lavorare al ristorante, il colore degli alberi su cui si appostavano i tacchini selvatici, i ragni grossi come palle da biliardo, l’odore della pioggia che a giugno scendeva a secchiate e le grida dei bambini nella piazzetta del quartiere di Lane Cove.

 
Quando abbiamo visto un dingo mangiarsi la carcassa di un cammello in mezzo al deserto, sotto il sole cocente di quel posto, le mosche negli occhi, l’afa da cui si trovava sollievo solo nei pochi negozi aperti con l’aria condizionata a palla. Vedere gli aborigeni rovinati dall’uomo bianco, fatti alcolizzare e imbottiti di coca cola, gli occhi tristi sotto le palpebre pesanti e scure.

Quando a Nimbin abbiamo incontrato alcuni dei più fusi e strani individui che avevano probabilmente lasciato metà dei neuroni negli anni ‘70 – tra cui un vecchio che passava le giornate a fumarsi i pipotti e una sera, sentendo un po’ più di rumore del solito è uscito dalla sua stanza con una ramazza e dopo essersi guardato intorno ci fa: “Scusate, pensavo fosse un mostro”.

Quando a Melbourne abbiamo visto i pinguini blu a St Kilda e maledetto la folla che li accerchiava per fotografarli, spesso spaventandoli.

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Il cibo: lo scoprire la bontà della cucina thailandese per la prima volta e di quella cinese ‘vera’, mangiare lo street food vegan più buono del mondo: burritos, sushi rolls… Mangiare una pizza eccezionale da Via Napoli, a Sydney. E poi la frutta: enorme, colorata, sconosciuta, dal frutto della passione, alla papaya, il dragon fruit e il puzzosissimo duran.

Partecipare al mio primo matrimonio in famiglia, quello di un cugino che abita dall’altra parte del mondo, incontrare familiari che conoscevo poco, altri di cui non avevo conoscenza o di cui a malapena ricordavo il nome. Sentire parlare italiano ‘australianizzato’ e sentirsi a casa.
Insomma che lo dico a fare, sull’aereo per tornare a casa (e poi andare in Inghilterra, capite perché il mio rapporto con il Regno Unito è così tormentato? Arrivavo dall’Australia, mica dall’hinterland torinese) ho pianto fiumi di lacrime. E mi sono detta per la seconda volta: ci devo ritornare. Temporaneamente, a viverci, a morirci, non mi interessa. Devo rivedere quelle spiagge, risentire quel sole, riannusare quei profumi.

 
L’Australia mi è rimasta tatuata sul cuore. Ed è per questo motivo che in questi anni ho cercato e sperato di trovare un modo per ritornarci. Ma adesso c’è lei. E per quanto pensi che sarebbe fantastico crescerla laggiù, non posso non chiedermi se sia giusto allontanarla da quello che abbiamo qui. O almeno così pensavo, finché non mi si è presentata concretamente l’occasione di fuggire. Che scherzo del destino è mai questo? Si può desiderare così tanto qualcosa al punto di farlo avverare ma sbagliarsi di una settimana? Dov’era il mio angelo custode, in pausa caffè?

 
Per quanto sia amareggiata, mi rendo conto che tutto questo pensare è malsano. Che devo chiudere il capitolo, vivere al meglio questi momenti di cambiamento e lavorare sodo affinché si ripresenti questa opportunità. Sì perché io voglio ancora andare in Australia e ci andrò. I sogni devono pur uscire dal cassetto ogni tanto, per togliere la polvere e ricordarsi che ci sono. E io me ne sono ricordata. Farò di tutto affinchè la ruota giri ancora una volta nel modo giusto.

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