A tetta alta (ma anche no)

C’è qualcosa di maledettamente perverso e sbagliato in chi ti circonda se subito dopo aver partorito ti assilla chiedendo se il latte è arrivato, e poco importa se sei mezza morta, e quando la pargola ha tre mesi ti chiede, “allora quando inizia questo svezzamento?”.

Ma io vi investo tutti quanti, poi torno indietro e vi investo di nuovo, così, per disprezzo.

Comunque, questo dibattito sull’allattamento a me sembra polarizzato in maniera estrema. O ti immoli al sacro altare della tetta fino alle scuole medie o il giorno stesso del parto vuoi rimetterti il reggiseno che portavi quando andavi a ballare. Ma su, un po’ di equilibrio.

Io allatto. Non lo faccio sempre con lo stesso spirito. A volte sono felice e mi coccolo la bestia, mi mancherebbe solo una sedia a dondolo e uno chignon e potrei fare uno spot per il family day. A volte lo faccio distrattamente mentre sono al cellulare, a volte lo faccio da scazzata perché stavo per lanciarmi su un piatto di lasagne. A volte, semplicemente lo faccio perché devo, perché lei ha fame. Quando mi pesa, mi sforzo di pensare che in fondo tra 20 anni, questi mesi o anni di allattamento – spero di arrivare ai due ma non so se sarò così paziente – saranno una perentesi brevissima, in cui avrò agito per il bene di Zoe.

Io sono vegana, per me il latte è specie-specifico e a mia figlia non darei mai il latte in polvere di origine animale. Però sono sincera, se la settimana dopo aver partorito mi avessero regalato una fornitura di latte artificiale (vegetale), l’avrei accettata a braccia aperte. Per fortuna ho tenuto duro e ho continuato ad allattare. Avrei potuto mollare, molte lo fanno e io lo capisco, anche se penso che una donna debba almeno provarci. E non per senso di martirio o perché così fan tutte. Semplicemente perché, anche se non lo credete possibile subito, allattare può finire con il piacervi.

Però vorrei dire una cosa alle strenue paladine della tetta a tutti i costi: datevi una calmata. E mi riferisco a quelle che sui social media si stracciano le vesti se il figlio a cinque anni non vuole più la tetta, o attaccano chi chiede un parere per il ciuccio perché giammai il pargolo può ciucciare solo il capezzolo e pazienza se tu durante il giorno vorresti anche fare altro oltre ad avere un nano attaccato 24/7. Cioè se voi volete allattare vostro/a figlio/a finché ha i denti da latte amen, ma non potete attaccarmi perché chiedo consigli sullo svezzamento a cinque mesi e 25 giorni anziché a sei o perché voglio ritagliarmi un minuscolo momento per me e me sola.

Questa attitudine al sacrificio perenne non vale solo per l’allattamento ma un po’ per tutto ciò che riguarda la maternità. Insomma, mi viene in mente mio padre che quando ero incinta di cinque mesi mi criticò per il mio viaggio a Vienna, dicendo che dovevo smetterla di cazzeggiare e iniziare a responsabilizzarmi. Inutile dire che il viaggio l’ho fatto e me lo sono goduto alla faccia di quel vecchio rompicoglioni.

Forse, e dico forse, dovremmo iniziare tutti – mamme, non mamme, papà, nonni, parenti e amici vari – a capire che la maternità non è uguale per tutte. Che l’istinto materno non è innato. Che una donna può essere felice di avere accanto il proprio bambino ma allo stesso tempo può essere talmente esaurita da pensare chi me l’ha fatto fare e non per questo deve essere considerata una brutta persona. Io mi sono ritrovata in mezzo a persone che davano per scontata la mia felicità di essere diventata mamma, anzi quasi la pretendevano, così come pretendevano il sacrificio a tutti costi. E questo è tremendamente malato, perché può diventare il più grande ostacolo alla vostra nuova condizione. Quindi future neomamme: circondatevi di persone buone, positive, non moraliste, umane. Ma soprattutto abbiate la forza di liberarvi di loro nel momento in cui iniziano a smettere di essere tali. Magari con bel vaffanculo.

Photo credit: Nico Nelson via Flickr

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