Piume, pelli e sfruttamento: vestire etico

Qualche settimana fa, una puntata della trasmissione Report su Rai3 intitolata Siamo Tutti Oche sulla produzione di piumini d’oca di una nota marca di lusso italiana (sicuramente non l’unica) ha generato un caos mediatico senza precedenti. Due sono stati i punti che hanno mandato su tutte le furie il pubblico televisivo e dei social media: il maltrattamento delle oche in allevamenti Ungheresi – spiumate perfettamente coscienti e terrorizzate da una a quattro volte l’anno – e la delocalizzazione della forza lavoro in posti sconosciuti nel vero e proprio senso della parola come la Transnistria (mica come il Roero che non se lo fila nessuno ma in realtà esiste).

Ovviamente chi sceglie di diventare vegan per motivi legati allo sfruttamento animale, queste cose le sa, ed infatti evita sia le piume, che la lana, la seta, la pelle e ovviamente la pelliccia. A quanto pare però, una buona fetta di popolazione pensava che le oche si mettessero in fila come per andare dal parrucchiere a farsi togliere le doppie piume con una spazzolina. Oppure, come nel caso di mia madre scesa solo ora dalla macchina del tempo che l’ha riportata nel presente dagli anni ’60, pensavano che le piume si prendessero si dalle oche, ma già morte (ah bè allora così va bene) come faceva la magna una volta, ignorando il fatto che le famiglie contadine si stanno estinguendo, siamo 7 miliardi di persone e che i capi di abbigliamento vengono prodotti su scala così larga che hai voglia ad ammazzarne di oche. Molto più ‘comodo’ spiumarle all’occorrenza. Per carità, siamo talmente sconnessi dal mondo che ci circonda che è plausibilissima l’ingenuità di quanti si sono arrabbiati per lo spiumaggio delle oche.Tutta questa vicenda mi ha fatto riflettere parecchio su come la televisione giochi ancora un ruolo cosi determinante nel definire la realtà, e anche sul fatto se questo sia un bene o un male, ma comunque. Non divaghiamo.

Pochi giorni fa invece, Animal Equality ha rivelato la sua ultima investigazione condotta in Cina, negli allevamenti di cani-procioni, uccisi per la pelliccia che ‘addobba’ i cappucci e i polsini delle giacche e dei cappotti in vendita nei negozi italiani e non. Questi simpatici animaletti, anche detti murmasky, che passano la vita in gabbie poco più grandi del loro corpo, vengono uccisi o tramite elettrocuzione (scarica elettrica tramite bocca e ano) o quando gli umani non c’hanno proprio voglia, venendo sbattuti per terra con violenza fino ad essere tramortiti. Poi vengono scuoiati, paralizzati ma vivi. Anche se l’investigazione fa riferimento alla Cina, queste pratiche sono diffuse in tutti i paesi che ancora allevano animali per la pelliccia come la Finlandia, la Russia e la Norvegia. In Italia, come confermano le stesse associzioni di settore, visoni e cincillà vengono solitamente gassati.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0a/Nyctereutes_procyonoides_4_(Piotr_Kuczynski).jpg

C’è chi, una volta scoperte queste cose, dice nonmenefregauncazzo. C’è anche chi dice, bè però momento. Non mi pare proprio una bella cosa, mi piacerebbe evitare di comprare ste porcherie. Quali sono le alternative? Una delle maggiori scuse accampate da chi è restio a cambiare le proprie abitudini è che “i sintetici sono derivati del petrolio” e pertanto non sono ecologici, non vanno bene, Voi (ma poi voi chi?) animalisti vegani fate tanto i rompipalle ma usate prodotti che inquinano blablabla io ce l’ho lungo più di te.

Come viene dettagliatamente spiegato in questo opuscolo di AgireOra, i materiali non derivanti dagli animali sono essenzialmente le fibre vegetali (iuta, canapa, cotone, lino), le fibre artificiali come la viscosa, il lyocell, il modal, la microfibra e il bambù, che vengono prodotte dalla lavorazione di materiali presenti in natura, ad esempio dal legno o dalla cellulosa. Infine le tanto criticate fibre sintetiche: poliestere, acrilico, elastan. Ci sono moltissimi altri materiali ma mi limito a citare questi.

Ora, fermo restando che è impossibile avere un impatto zero sul pianeta, fermo restando che a mio modestissimo parere non puoi sfracassarmi le palle se mi compro una maglia di pile mentre tu ti mangi una fiorentina a settimana, perchè no, stàminchia che inquino più di te, e fermo restando che poi ognuno decide per sè, io mi limito a riportare la mia esperienza in fatto di piumini e abbigliamento. Sulle pellicce neanche mi pronuncio. Sono obsolete, crudeli, brutte e anche inutili dato che viviamo sul Mediterraneo e non in Lapponia. Ma se proprio ci tenete ad apparire ridicole, almeno santo cielo compratele finte. Faux è un ottimo esempio di marca di pellicce finte, ma di lusso.

Tornando a memestessaio, non ho mai amato particolarmente i piumini, neanche prima di sapere cosa si cela dietro la loro produzione. Li trovavo scomodi, esteticamente un po’ bruttini e goffi, quelle giacche che la mamma ti fa mettere quando viene l’inverno perchésennòtiammali e odiavo quando iniziavano a sfilarsi le piumette e tu sembravi la volpe appena sollazzatasi nel pollaio. Negli ultimi anni mi sono affidata a giacche sportive in sintetico, cappotti di acrilico, un giaccone verde oliva comprato – sì lo ammetto – all’outlet e ad una fedelissima e ormai vissutissima giacca North Sails. Prima regola d’oro: leggete l’etichetta. Piume e pelliccia di solito vengono orgogliosamente sbandierate in etichette ma se avete dubbi sulla pelliccia lasciate perdere: spesso le etichette vengono contraffatte e quello che sembra falso è vero.

Ma vi svelo una cosa: possiamo scegliere. Le alternative ci sono. Ed ecco che allora, se volete un piumino (ricordate che le piume d’oca finiscono anche nei cuscini e nei piumoni), compratelo di qualità, senza piume ed etico. Piumini come quelli Quagga, brand made in Italy, ecologico e 100% animal-free, che oltre ad essere etici, sono bellissimi e comodissimi, dal design originale, moderno e urbano (a breve un post dedicato con più foto). Semplice ma efficace, un piumino che non assomiglia a nessun altro – ma caldo come quelli che rifilava mammà.

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Se volete qualcosa di più classico come modello, e qualcosa anche per i cuccioli umani, vi segnalo Save the Duck, che offre modelli in diversi colori.

Negli ultimi due anni ho iniziato ad essere più attenta alle cose che compravo, soprattutto ho iniziato ad informarmi sulle materie prime utilizzate e all’etica – umana, animale e ambientale. Se da un lato so di aver fatto una buona azione e sono in pace con me stessa, dall’altra sono caduta in preda ad uno shopping etico convulso – per dirne una, l’anno scorso ho comprato 3 paia di stivali nel giro di sei mesi, il che è un evento eccezionale perché solitamente faccio più shopping per i miei cani che per me. Ma agli stivali di Wills non ho saputo resistere, e nemmeno ai vestiti orientaleggianti di Ajna Organic. Avete capito perché i giornalisti sono sempre poveri e con le pezze al culo?

Quello che voglio cercare di dirvi è: le alternative sostenibili, etiche, vegan, che rispettano i lavoratori, gli animali e l’ambiente ESISTONO. Le scarpe di Wills sono prodotte in Portogallo. Le italiane Camminaleggero sono prodotte con materiali ecologici. Non avete idea di quante marche esistano. Per farvi un’idea, fatevi un giro su Stiletico (dove spesso potete usufruire di codici sconto) e su Ethical superstore .

Certo è che difficilmente le troverete all’outlet vicino a casa vostra o nel reparto abbigliamento del supermercato, e difficilmente le pagherete 5 euro come al mercato dai cinesi. Molte si comprano online, ma spesso è possibile cambiarle gratis se la taglia non va bene. Molte sono straniere ma hanno delle tariffe vantaggiose per l’Europa (Wills spedisce a 7 sterline con free return).

Ma volete mettere a) sapere di aver speso un po’ di più (comunque meno di quanto spendereste per prodotti di marche famose) per un prodotto di qualità b)avere la coscienza a posto sapendo che NESSUNO ci ha rimesso la pelle, le piume o una mano per produrre quel capo e c)indossare capi originalissimi?

Se siete fashion addicted ricordatevi questo: nessuno dovrebbe soffrire per la moda. NESSUNO. E gli stilisti – quelli bravi lo sanno. Dimenticatevi D&G, Prada e i broccoletti italiani e guardate a persone straordinarie come Leanne Mai-ly Hilgart, fondatrice di Vaute Couture (ecco, qui siamo decisamente fuori dalla mia fascia di prezzo e anche dal mio stile):

Vaute Couture proves that compassionate animal friendly fashion can be cute, chic, and sexy. (Ophra.com)

Hilgart is the rebel of Fashion Week. Animal free clothes make runway history. (CNN)

Insomma, non avete scuse. Alzate il culatello e fate acquisti sensati.

Photo credits: Jim Champion, Wikipedia.

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