Una storia di Halloween

Un breve racconto di fantasia per voi, per la notte più magica di tutte. Felice Samhain.

Non amavo Halloween, non più. Un tempo si. Ricordo la giornata passata a pasticciare la zucca nel maldestro tentativo di ricavare la tradizionale ‘lanterna di Jack’ con scarsi, scarsissimi risultati. E mentre le donne del paese scuotevano la testa o si facevano il segno della croce nel vedere i bambini mascherati bussare alle porte delle case per raccogliere dolci, mia mamma, al contrario, era solita raccontarmii la ‘vera storia di Halloween’, come la chiamava lei.

-Vedi, Sofia, Halloween si festeggiava molti, moltissimi anni fa, quando né tu né io ancora camminavamo sulla terra. Aveva un altro nome, anzi svariati nomi, e ogni paese lo festeggiava a modo suo. E’ un punto di fine ed inizio, fine dell’abbondanza estiva e inizio dell’ oscurità, della terra che si prepara all’inverno. Noi celebriamo la fine di un ciclo, di un anno e ricordiamo i frutti che ci ha donato – era solita ripetere mentre intrecciava ghirlande con ciò che il bosco aveva donato o infornava torte di zucca dolci e speziate.

Tutto è cambiato. Non ci sono più state zucche, dolci, decorazioni autunnali, risate infantili, il calore della stufa a legna. E’ morta. Morta. Tutte quelle stronzate sulla fanciulla, la madre e la vecchia. Sul ciclo della vita che si conclude e lei che ritorna al Principio. Balle. Non ci è neanche mai arrivata ad essere vecchia, la malattia se l’è divorata. Troppo, troppo presto.

I pensieri si accumulano e fanno male, come la schiena china sull’orto e la mani indolenzite dal primo freddo pungente di fine ottobre. È vero, Halloween era la festa più importante. La nostra festa. Meno male mia figlia non si è mai interessata ad Halloween, non so se sarei stata capace di fingere entusiasmo per una cosa che mi lacera dentro. Alzo lo sguardo fino alla linea immaginaria che separa il nostro piccolo terreno dal pioppeto, confine invisibile tra il mondo umano e il regno del bosco. Anche se ormai non credo più nelle storie che mi venivano raccontate quando ero bambina, non sono tranquilla a lasciare che Giada oltrepassasse quella barriera inesistente. Lei sa che il bosco è proibito.

Ed è per questo motivo che trattengo il respiro quando scorgo una figura bassa e bionda camminare a stenti verso il fitto degli alberi. Una figura inconfondibile, come la giacca a vento e gli stivaletti rossi. Cosa diavolo sta facendo mia figlia nel bosco? Cerco di parlare ma le parole non mi escono, sembrano intrappolate come la mattina dopo una serata con troppe sigarette. Arranco più velocemente possibile verso quella piccola sagoma che appare sempre più distante, mentre mi domando perché mai Giada sia lì quando dovrebbe essere da un’amica. Un sentimento primordiale e viscerale mi allerta. Pericolo.

Poi, semplicemente scompare, inghiottita dalla sottile nebbia del sottobosco. Finalmente mi escono le parole, vomito urla disperate e lacrime come se mille pugnali mi stessero togliendo i respiri uno ad uno. Sento le forze abbandonarmi e mi lascio cadere sulle ginocchia. Cosa cazzo sta succedendo? Dov’è mia figlia?

Come una scossa elettrica, un ricordo affiora nella mia mente devastata. Era Dicembre di qualche anno fa, pochi mesi prima che mia madre morisse. Ero nervosa e stanca per via di un complicato progetto che l’azienda mi aveva commissionato e in cui non riuscivo a districarmi. Una sua telefonata aveva interrotto uno di quei pomeriggi in cui sapevo di avere una montagna di lavoro, ma non riuscivo a procedere, come trattenuta da qualcosa. Se fosse stato un momento diverso, forse mi sarei accorta della sua voce tremula e stanca, ma all’epoca non era ancora malata e pensai che stesse solo cercando di farmi perdere tempo. All’ennesimo balbettio senza significato ero sbottata malamente dicendole di dirmi chiaramente che cosa volesse e non farmi perdere tempo. Era seguito un lungo silenzio e poi aveva detto, con voce flebile ma ferma,

-Io sono l’inizio e la fine, e sarò di nuovo inizio. Presto arriverà il tempo del sonno per me, e per te quello dei frutti. Ricorda le mie parole quando saremo di nuovo insieme, in tutte e tre le sue manifestazioni.

Ovviamente non avevo dato alcuna importanza alle sue parole. Dopo qualche settimana venimmo a sapere della malattia e poche settimane dopo la sua morte, io scoprii di essere incinta.

Quando mi ricordo e mi rendo conto del significato di quelle parole, provo un brivido lungo la schiena e apro gli occhi. Giada è davanti a me, i pugnetti chiusi, gli occhi color nocciola inquieti ed il naso che inizia a colare per il freddo. In silenzio, allunga il braccio e apre la mano rivelando una sottile collana d’argento con un ciondolo di quarzo. Sento il respiro fermarsi quando mi rendo conto che quello è il pendente di mia madre, e che non dovrebbe trovarsi nel mondo terreno ma svariati metri sotto terra, insieme ai suoi resti.

-Dove l’hai preso? – le chiedo

-Me lo ha dato la nonna – mi risponde. La nonna. La nonna che non ha mai conosciuto. Respiro profondamente l’odore delle felci e sento un’improvvisa pace nell’animo. Tutto riacquista significato.

Ricorda le mie parole quando saremo di nuovo insieme, in tutte e tre le sue manifestazioni.

La fanciulla, la madre, la vecchia. La Ruota dell’Anno che ricomincia a girare e il velo tra i due mondi che si assottiglia.

Mi alzo in piedi e prendo mia figlia per mano.

-Vieni. Andiamo ad intagliare una zucca. Voglio raccontarti la vera storia di Halloween.

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Photo credit: DeusXFlorida via fickr

 

 

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