¡Que viva Euskadi! Viaggio in terra basca

Ok, in realtà il viaggio in terra basca è stata solo la parte finale della vacanza ma il titolo ci stava, dai. Ebbene si, depressi per la strana e piovosa estate italiana (inizio a pensare che sia colpa mia, ovunque sia andata negli anni passati il tempo ha dato di matto) abbiamo deciso di intraprendere una nuova avventura e ci siamo fatti convincere da un vegan summer camp trovato a caso su Facebook sulla costa ovest della Francia, a Moliet-et-Maa.

Iniziamo dalle note negative, ovvero la scoperta che:

-Ci sono persone nella realtà il cui nome è Bilbo

-la mia idea di inferno è molto vicina ad una colazione a base di cipolle e cetriolini fermentati.

Questo camp è organizzato annualmente da un gruppo di tedeschi trapiantati in Francia anni e anni fa che hanno formato una sorta di comune-cooperativa agricola vicino a Tolosa. Una figata, insomma, alimentazione e agricoltura biologica e vita comunitaria. Ho notato che si assomigliavano un po’ tutti ma credo sia solo soggezione, tendo a pensare sempre male. A parte le cruccherie (nomi ‘biologici’ come li chiamano loro e cibo che distruggerebbe una relazione di decenni in un batter d’occhio a colazione), il resto dell’esperienza è stata del tutto positivo: buon cibo (ovvio che non ci si deve aspettare cibo all’italiana: non toccare la pasta per nessun motivo a meno che non si debba fare del mastice), belle persone, ottima sistemazione (in tende fornite dagli organizzatori con tanto di materassino), e il posto beh…lascio parlare le immagini.

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Bazzicando spesso il Mediterraneo tendo a dimenticarmi quanto possa essere splendido e affascinate l’oceano. Abbiamo preso lezioni di surf – bellissimo, peccato che la mia mancanza di allenamento di alcun tipo negli ultimi ahem anni si sia fatta sentire, [lo so che l’ho già detto ma ora giuro che mi metto a fare sport (il pubblico ride)], e io di yoga, il mio compagno che ha la flessibilità di un palo di cemento l’ha fatto una volta e dopo essersi bloccato per 10 minuti nella posizione dell’aratro ha detto, bene mai più preferisco imparare a fare l’uncinetto.

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Fatta eccezione per un giorno di temporale atlantico terrificante, abbiamo avuto delle bellissime giornate che abbiamo trascorso tra un surf, un tè, chiacchere con persone dal mondo e osservazione delle abitudini germaniche – bambini scalzi che mangiavano la sabbia e cosi via.

Finita la nostra settimana abbiamo preso un autobus per San Sebastian – Donostia, la prima città basca arrivando dalla Francia, nella quale combinazione, era in corso la celebrazione della Semana Granda.

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Ecco allora. Io amo i latini, davvero. Chiedete in giro. Adoro vedere le persone in strada, sedute per terra a bere, parlare a voce alta anzi altissima, fumarsi i cannoni, insomma fare festa piuttosto che chiudersi in un centro commerciale come spesso avviene in Nord Europa. Però porcadiquellaputtana. Lo so che è la festa cittadina, lo so che siete spagnoli e uscite e cenate tardi e andate a dormire alle 6, ma c’è davvero bisogno di fare una parata con tanto di banda che suona, non all’una, non alle tre ma alle SETTE di mattina dopo che per tutta la notte avete fatto bordello? Ma le pile non le ricaricate mai?

Va bè, tolta la molestaggine spagnola, San Sebastian è spettacolare. Rocciosa, salata, aspra. Una Spagna senz’altro diversa dalla solita Barcellona-Valencia-Madrid. Anche i baschi sono diversi, mi hanno ricordato un po’ i sardi, e no non solo per la parlata incomprensibile (non me ne vogliano i sardi) ma soprattutto per l’orgoglio per le proprie tradizioni e la testardaggine.

Bilbao mi è piaciuta anche se mi è parsa molto più ‘culturale’ (e non solo per il famosissimo Guggenheim Museum), forse perché il centro città non ha l’accesso diretto al mare. Sticazzi però che freddo.

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E ora veniamo al cibo (ovvio). Al camp non abbiamo naturalmente avuto problemi, mentre come ben si sa, la Spagna non è esattamente una nazione veg-friendly. Per fortuna però abbiamo trovato un paio di locali in ogni città, tra cui un take-away a San Sebastian nella parte vieja dove avevamo l’hotel di nome Green Break, niente di eccezionale ma ottimo per un boccone veloce e uno che se capitate in città dovete assolutamente provare perché è favoloso. Si chiama Landare, ci abbiamo pranzato (14 euro menu fisso 3 portate, vino e aperitivo incluso) e siamo stati non bene, benissimo! Personale gentilissimo e cibo mooooolto sopra la media, incluso un tiramisù che sticazzi, faceva invidia a quelli nostrani.

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A Bilbao invece abbiamo provato La Camelia, un sushi bar molto originale e buono (sushi con quinoa, hummous ma anche gelatina di rose) però decisamente caro. Almeno per me che per saziarmi con il sushi ne devo mangiare 5 chili, quindi in quel posto avrei dovuto spendere qualcosa come 50 euro. Un altro locale da segnalare è Garibolo, ristorante vegetariano con molte opzioni vegan. Porzioni abbondanti, menu fisso da 13 euro e qualità discreta.

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Ed in fretta come è iniziato, il viaggio è finito. Ora sono a casa, nella casa di famiglia dalla quale sono fuggita più in fretta che potevo quando ho finito il liceo. Non so che cosa fare e non dove andare, forse per la prima volta da quando mi conosco. Mi interrogo, mi angoscio, mi guardo dentro e non trovo risposte.

E allora trovo conforto nelle parole di Corto Maltese, “Non hanno ancora capito che le migliori risposte si danno quando non ci sono domande”. Aspetto.

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