Non siamo emigranti

Di recente ho avuto modo di riflettere su un paio di cose. La prima è che non so come abbia fatto a vivere 22 anni della mia vita senza consumare hummous e avocado a colazione.

La seconda è che esistono diversi tipi di genitori. Soprattutto, esistono diverse reazioni al figlio che se ne va all’estero.

Ci sono quelli rassegnati, che sanno che “è meglio fuori” perché “il sistema è più meritocratico” e perché molte delle nostre passioni in Italia non si trasformeranno mai in un impiego. Ci sono quelli ingenui, come mia madre che continua a dirmi “Ma perché non mandi il curriculum a telecupole? Ma sai, ho visto che cercano un addetto telemarketing” [un settore che nella sua immaginazione, e solo lì, ha a che fare con la comunicazione] e via dicendo. Quando le dico che qui mi pagano poco, mi dice, “Ah bè ma allora potresti anche tornare e provare a fare uno stage alla Stampa”. Che se da un lato mi fa tenerezza, dall’altro mi verrebbe da impacchettarla e metterla nell’armadio con i tappeti arrotolati.

Non sanno che noi siamo quelli che la pensione non ce l’avranno mai, finiremo con il vivere sempre in affitto e non avremo le tradizionali due settimane di ferie in Agosto. Questi giorni in Sicilia ad osservare coetanei disoccupati, che pensano dall’oggi al domani, che campano di settimana in settimana grazie alla bolletta della Snai, hanno rafforzato ancora di più quest’idea.

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Io non credo che siamo emigranti. Sappiamo che potremo tornare, che magari se lo facessimo la famiglia farebbe qualche sacrificio ma alla fine ci riaccoglierebbe, faremmo un lavoro di merda e amen. Non siamo emigranti. Non siamo in mezzo ad una strada, non del tutto almeno. Forse siamo solo irrequieti, insoddisfatti, insaziabili, forse pure un po’ viziati. Forse se non esistessero i low cost  [lo sapevate che Ryanair ha messo un Londra-Torino il venerdi sera alle 5 e mezza? Praticamente ormai esistono pure i pendolari Italia-Inghilterra che tornano a casa nel weekend] e gli accordi di Schengen, se lo glabalizzazione non ci avesse ammaliato con questa idea di mobilità europea e mondiale, non ci sarebbero ondate di più o meno giovani a scrivere sui blog quanto è figa Londra e a farsi i selfies a Piccadilly.

Questo modo di vivere, questa vita per metà negli scatoloni e per metà nei trolley, mi sta spegnendo un po’. Ripenso alla sorella di mia nonna che negli anni ’50 si è imbarcata per l’Australia e ha fatto ritorno in Italia si è no 2 volte per il resto della sua vita. Altro che Pasqua e 1 maggio a casa con gli amici, quello si che è un taglio netto. E forse proprio per quello fa un pò meno male. No, decisamente non siamo emigranti.

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